Walter Schönenberger

Conversazione in atelier con Walter Schönenberger, dal catalogo dell’esposizione “Under 49 – le generazioni del dopoguerra a sud del Ceresio” MdM marzo – giugno 1994


Chiasso, mattina del 17 dicembre 1993

Questa mostra è un po’ anche un’indagine su un territorio piccolo come il Mendrisiotto: però con un alta concentrazione di artisti, lo era già nel passato. Mi sembra che sia il territorio più vivo del Canton Ticino. Il suo rapporto con il territorio: è originario di questa regione o ci è arrivato dopo, ci vive da tanto tempo, ha un legame, diciamo sentimentale con questo paese?

Beh, certamente ci sono nato e quindi sono legato sentimentalmente alla piccola via dove abito, diciamo, avendo girato, girando continuamente anche da fermo, il piccolo giardino resta sempre una patria dell’anima, ecco, ma senza enfasi, insomma è un piccolo piacere, anche se Chiasso è cambiata molto in questi ultimi anni, ma a me basta. Ormai Chiasso è stata rovinata all’infinito, tanto che più niente meraviglia.

Il rapporto con il lavoro. È pittore a tempo pieno?

Si.

Non fa altri lavori, insegna…?

Ho curato degli atelier di pittura per bambini, per ragazzi. Diciamo che tramite la pittura ho avuto modo di entrare anche nel campo dell’immagine grafica, quindi tramite alcuni miei committenti ho avuto la possibilità di allestire degli spazi per delle fiere, delle mostre e di curare l’immagine di alcune piccole industrie. Questo mi porta un po’ di aria visto che è durissimo vivere con la pittura. Si tratta di un secondo lavoro, diciamo, che mi sono inventato.

Che però non esce troppo dal lavoro dell’artista, è per quello che è importante.
(…)
Mi ha parlato di committenti, quindi ha un rapporto con il pubblico.
Aggiungiamo anche gli operatori culturali, artisti, i critici e le gallerie, i musei.
Qui come vive questo rapporto? E’ scarso, c’è qualcosa?

Mah, direi inesistente.
Diciamo che per lavorare nel campo dell’arte, siamo forse in uno dei posti peggiori, dove non c’è comunicazione, anche fra gli artisti, tenuto conto che è molto piccolo, a parte alcuni casi rari, io mi trovo con due o tre artisti qui della zona, con i quali esistono delle affinità. Per quanto riguarda le gallerie, ne conosco ben poche di vere. Diciamo che ci sono dei galleristi che non vogliono rischiare niente e affittano degli spazi, sono un po’ come degli affittacamere. Non vorrei essere troppo duro, ma questa è veramente la realtà che quotidianamente mi trovo ad affrontare.

E i committenti di cui ha parlato?

Ecco, i committenti, diciamo che a volte succedono delle fortune, si instaurano delle sensibilità con dei collezionisti che bene o male mi seguono e bene o male acquistano anche il lavoro mio, ma si tratta ancora solo di un ancora di salvezza.

Ha studiato a Brera o in un altro posto?

Ho studiato a Milano, all’Accademia con Zeno Birolli, mio maestro sensibile e poi sono stato a Parigi altri quattro anni, per la mia fretta e la voglia di conoscere, ho toccato ancora al di là delle belle arti, il campo cinematografico, quindi mi sono occupato anche di cinema sperimentale. Ho prodotto alcuni film e diciamo mi sono interessato alla filosofia seguendo i corsi di Deleuze. (…)

Da qui l’interesse anche per le culture primitive.

Si, si, diciamo che l’interesse per le culture primitive mi deriva proprio da questa volontà di non mai essere fermato…e questi gruppi con una grossa cultura dietro che purtroppo sono stati quasi tutti sterminati, non hanno più alcun diritto ma hanno mantenuto un’anima culturale molto ricca e densa alla quale sono molto interessato, dalla quale ho attinto molte forze, molte energie per continuare a dipingere.

Lei è molto giovane. Un autore come Lévy-Strauss, che ai miei anni era molto importante, è ancora uno che conta o è superato?

Chiaramente è un grande maestro. Diciamo che lo strutturalismo ha un po’ fatto il suo tempo. Io mi riferisco più a Foucault e a Deleuze che all’antropologia strutturale.

Il simbolismo?

Il simbolismo occidentale?

No, il simbolismo che c’è in queste culture. Questi discorsi attraverso delle forme, attraverso dei miti.

Chiaro, c’è un grosso interesse…Però per quanto riguarda gli aborigeni australiani non so, direi che è errato parlare di simboli in senso occidentale quando la cosa dipinta è la cosa vera. Non è il simbolo di qualcos’altro. È un discorso un po’ complicato, però non parlerei di simboli, quanto di rappresentazione del carattere…perché non è mai la rappresentazione del proprio totem ma una rappresentazione del totem dell’altro e nello stesso tempo di carta geografico-mitologica che serve come memoriale dell’antenato pre umano, ma anche da mappa per l’iniziato, per loro è il sogno che genera il mondo e non viceversa, quindi parlerei di cose in sé, non di simbolo. Non è molto chiaro questo?

È arrivato così all’Australia, volevo farle una domanda a proposito, ma ci è già dentro. È l’unico viaggio importante in questo senso o è stato in altri territori?

L’altro mio interesse sono i paesi del Maghreb dove ho soggiornato per un lungo periodo, decisamente a sud, vicino al deserto a sud del Marocco.

Cosa ha significato come allargamento della coscienza, della sensibilità, il soggiorno i Australia?

Questi soggiorni mi hanno mi hanno chiarito un po’ certe cose: l’accettazione della moltitudine, la differenza creativa, la potenza della natura e un’apertura mentale a cui sicuramente sarei arrivato anche tramite il pensiero occidentale, ma diciamo, in poche parole, che è proprio una volontà politica di mai essere individuato e queste culture m’hanno aiutato a essere sempre spostato…lo spostamento continua. A me interessano soprattutto queste popolazioni nomadi e la loro forza politica sta proprio nel non essere mai imprigionata. Nel momento della prigioni gli aborigeni muoiono.

Per arrivare all’artista, mi rendo conto che è un figurativo molto sui generis, perché le forme sono molto semplificate, possono sembrare in certi casi, astratte, ma se si guarda meglio sono forme che chiamerei archetipe, per usare Jung, forme primordiali. Ci sono pesci, ci sono altri elementi delle culture primitive oppure delle semplificazioni. Il suo tipo di ricerca va in questo senso, nel recupero di forme molto semplici ma significative?

Sono forme che io prendo in prestito e domando anche molte scuse ai vari aborigeni della terra, perché quello che mi interessa, è nello stesso tempo molto complesso e nello stesso tempo molto semplice. Cioè la mia domanda è: è possibile dare un’immagine alla complessità?

Mi pare che stia muovendosi nella direzione dell’icona, come supporto: l’icona è l’immagine di una realtà assoluta.