Chi ha paura delle ricorrenze? – di Rolando Raggenbass

in occasione della mostra “Immagini ricorrenti”. GdP 13 dicembre 1985 Proviamo per un momento a immaginare una metropoli. Immaginiamo anche di poter porre una domanda di significato: posso io da quassù cogliere il suo spasmo vitale, con un occhio solo, totale? Se si risponde no, non resta che la delicata immersione nel suo corpo biologico alla scoperta della sua infinita disseminazione, delle sue infinite località. Passare accanto alle sue figure nella loro limitata sufficienza e molteplicità. Ecco, questa forse una delle possibilità di rappresentabilità che ci soccorrono. Corpi in penuria in uno spazio evanescente, popolato da fantasmi che fluiscono, che si allontanano e si avvicinano senza severità. Lo stato di veglia é assicurato dal rumore e dall’improvviso silenzio che li investe. Frammenti, sussulti in transito a disposizione di chi li sa indicare nel loro ostinato agitarsi. Ogni punto di attrito si attutisce: non più sguardo frontale che li possa fermare ma soltanto sguardo tranquillo e distratto leggermente accelerato che li spinse sulla soglia di un possibile testo. Un testo che non riguarda qualcuno in particolare ma ogni occasione di consumo e di appropriazione incerta. Franco, mostrandomi i suoi lavori traccia passi nello studio, ne misura il perimetro. Non compie operazione di ricognizione – chi c’è, cosa manca – guarda di sfuggita le immagini e guarda il mio sguardo che le raccoglie. Un video in un angolo esibisce la sua brillante superficie. Collidono i tre sguardi creando un angolo di rifrazione improbabile, occupato da intenzioni che sanno porre solo domande di precauzione. Da qui la necessità di operare a stratificazioni. La costituzione d’ogni rappresentazione porta con sé la propria resistenza, il desiderio di essere occultata, sostituita per lasciare spazio ad altri percorsi pulsionali che la dimentichino o la ricordino soltanto come ospite di riguardo e di passaggio. Ciò che rimane è il groviglio segnico della quotidianità: non segni archetipici, potenti, che attraversano il destino di ogni cosa, ma sintomi di itinerari inconclusi che raccontano il proprio accadere, la propria fragilità e la disponibilità a un esaurimento felice. La rappresentazione si alimenta del proprio desiderio di estinzione. Forse occorre riuscire graditi a questo paradosso per poter godere del suo segreto. Bisognerà ritornare su questi temi ricorrenti con il riguardo suggerito da immagini ricorrenti.